“Wilkerson riferisce infatti di aver personalmente contribuito alla promozione di Jens Stoltenberg a segretario generale della NATO a causa della sua manipolabilità. L’ex primo ministro olandese Mark Rutte ha seguito un percorso simile, assicurandosi lo stesso ruolo grazie all’adozione di una postura tanto aggressiva nei confronti della Russia quanto conciliante con Israele.
Quello descritto da Wilkerson è un modus operandi consolidato, a cui già negli anni ’90, in piena epoca di trionfante unipolarismo statunitense, un ingegnere italiano con trascorsi professionali negli Stati Uniti aveva dedicato pagine straordinariamente lucide e “inattuali”, nell’accezione nietzschiana del termine. Si tratta di Stefano Anelli, che sotto lo pseudonimo di John Kleeves ha pubblicato una serie di volumi incentrati sulla storia e sulle costanti operative degli Stati Uniti. Proprio in questi giorni, la casa editrice Il Cerchio ha pubblicato la terza edizione – opportunamente riveduta – di uno dei suoi più importanti lavori, intitolato Vecchi trucchi e focalizzato sulla politica estera statunitense.
Ne parliamo assieme ad Adolfo Morganti, psicologo, psicoterapeuta, scrittore e fondatore della casa editrice Il Cerchio.”
Il nemico è alle porte?
Recenti inchieste parallele condotte dal Sunday Times e dalla BBC» documentano l’impiego di droni di fabbricazione britannica negli attacchi ucraini che hanno colpito obiettivi nelle profondità della Russia, tra cui le raffinerie di Volgograd e Yaroslavl’ e i magazzini di Wildberries.
Pochi giorni prima, il Financial Times aveva esaltato l’apporto fondamentale fornito da Stati Uniti e Francia allo sforzo ucraino finalizzato a mappare i dispiegamenti dei sistemi di difesa aerea russi, nel contesto di una profonda revisione della campagna militare basata sull’impiego dei droni e intesa a disarticolare l’industria energetica russa, «passando da attacchi indiscriminati alle raffinerie a raid più mirati su componenti critiche e difficilmente rimpiazzabili» individuate direttamente dai servizi di intelligence di Washington e Parigi.
Il ruolo degli Ucraini si limiterebbe de facto all’esecuzione tecnica delle operazioni, che approdano alla fase esecutiva grazie anche al contributo fondamentale garantito da aziende statunitensi formalmente private come Space-X e Palantir.
Segno che i Paesi occidentali si sono spinti ben oltre la mera “assistenza” allo sforzo bellico sostenuto dall’Ucraina, collocandosi in una posizione pericolosamente ambigua che rasenta la partecipazione diretta.
Oltre che dell’ingentissima fornitura di armi, munizioni e finanziamenti a beneficio di Kiev, tracciata con dovizia di particolari dal Kiel Institut, le nazioni cardine della NATO si occupano di pianificazione, targeting e Intelligence, Surveillance and Reconnaissance (Isr) nell’ambito di un sistema operativo fortemente integrato che costituisce de facto una componente imprescindibile dell’architettura militare ucraina.
Giacomo Gabellini ne ha parlato con Roberto Buffagni, scrittore, autore di testi teatrali, studioso di questioni geostrategiche e collaboratore del sito Italia e il Mondo.
Paura e paranoia vanno gestite
Cosa ci insegna il “caso Epstein”
“La pubblicazione di una massa imponente di documenti – registri di volo, scambi di posta elettronica, fotografie e frammenti di conversazioni – viene spesso presentata come un esercizio di trasparenza; in realtà, la diffusione parziale e frammentaria di questo materiale produce soprattutto un effetto di disorientamento. Alcuni nomi noti vengono esposti quanto basta per suscitare scandalo e inquietudine nell’opinione pubblica, ma raramente emergono elementi tali da chiarire responsabilità o delineare il ruolo dei protagonisti più influenti. In questo modo la documentazione disponibile appare priva del contesto necessario per comprenderne il significato. Il risultato è una dinamica ben nota: non è necessario occultare le prove per proteggere determinati ambienti di potere; è spesso sufficiente rilasciarle in modo selettivo e graduale, ritardando i passaggi più sensibili e lasciando che il dibattito pubblico si concentri su dettagli secondari. In una simile condizione, la sovrabbondanza di informazioni paradossalmente produce confusione. L’accessibilità ai documenti non coincide con la comprensione dei fatti e, ancor meno, con l’accertamento delle responsabilità.
Di là dalla coltre di una narrazione che si potrebbe definire scandalistica e cronachistica, si giunge ai lidi della controinformazione. Anche in questo caso il copione tende a ripetersi: è facile, infatti, trovarsi al cospetto di un profluvio di analisi altrettanto effettistiche, il cui scopo è quello di ricercare gli aspetti più truculenti e ributtanti contenuti nelle mail. La trasformazione dell’intero fatto muta nella forma e non nella sostanza: al pubblico interessato viene offerto un prodotto scabroso, utile principalmente a soddisfare la sensazione di disgusto per le classi dirigenti occidentali. Il risultato è quello di una generica riprovazione verso le cosiddette élite, colpevoli di ogni nefandezza. Nel concreto si tratta di un’efficace metodologia di rottamazione del capro espiatorio, frutto di un probabile scontro fra influenti cerchie di potere.
L’esito della somma delle narrazioni mainstream e di quelle alternative produce un diverso grado di rassicurazione: sedativo nel primo caso e confermativo nel secondo. La narrazione mainstream si rivolge a quelle classi medio-borghesi la cui avversione per qualsiasi turbamento degli equilibri socioeconomici è nota, mentre quella alternativa tende ad alimentare la cultura di un generico sospetto e di una conclamata sindrome dell’accerchiamento. Paura e paranoia vanno gestite, non curate. A ognuna delle due parti vengono offerte le esche più adeguate alle rispettive esigenze. Il capro espiatorio è utile a garantire la percezione della presenza o dell’assenza della giustizia.”
Da Coalizione Epstein: genealogia del potere contemporaneo, di Valerio Savioli in “Eurasia. Rivista di studi geopolitici”, n. 3/2026, pp. 81-82 (per gentile concessione dell’editore).
Romanzo Quirinale
Come hanno sottolineato in questi anni i migliori politologi italiani, da Carlo Galli a Geminello Preterossi, a partire da Giorgio Napolitano in poi la figura del Presidente della Repubblica è profondamente mutata: da figura terza, super partes, garante della costituzione e rispettoso dei limiti previsti per il suo ruolo dalla Carta costituzionale, ad attore politico di primissimo piano e artefice di alcune svolte decisive della politica nazionale degli ultimi 20 anni.
Come quando nel 2011 Giorgio Napolitano, come rivelato persino dal ministro Crosetto ha imposto a Berlusconi di prendere parte al bombardamento della Libia e alla caduta di Gheddafi, in ossequio alle direttive che arrivavano da Washington, Londra, e Parigi (e contro i nostri oggettivi interessi nazionali), o come quando pochi mesi dopo in concerto con la Commissione e la Banca Centrale europea sempre Napolitano orchestrò la caduta del governo Berlusconi in favore di Mario Monti, l’uomo prescelto dalle oligarchie internazionali per attuare quelle riforme di austerità, privatizzazioni e tagli allo stato sociale che hanno imposto la svolta neoliberale al Paese affossandone definitivamente l’economia.
Ma per quanto possa sembrare incredibile, il peggio doveva ancora arrivare.
È con Sergio Mattarella che la mutazione del Capo dello Stato da garante della Costituzione a garante del vincolo esterno italiano, ossia della collocazione del nostro Paese nell’ asfissiante assetto euroatlantico, è compiuta.
Savino Balzano, autore di una coraggiosissima inchiesta sul nuovo ruolo del Presidente della Repubblica, nell’intervista con OttolinaTV svela tutte le più importanti dinamiche del vero deep state italiano.
Si vis bellum, spara balle
Chi è davvero il Generale Vannacci?
La storia repubblicana dell’Italia continua ad essere il laboratorio delle operazioni più sofisticate di guerra psicologica…
Capire l’Iran
Nel giorno in cui tornano a deflagrare le ostilità in Asia occidentale, davvero urge capire l’Iran…
Il resoconto video del convegno svoltosi lo scorso 9 maggio a Roma a cura dell’Asse Antimperialista.
La guerra fredda culturale – nuova edizione
Torna in libreria in una nuova edizione un classico del giornalismo storico, tradotto in oltre venti lingue. Con La guerra fredda culturale, Frances Stonor Saunders ha rivelato per la prima volta come, nel secondo dopoguerra, gli Stati Uniti – attraverso la CIA – abbiano sostenuto e orientato una vasta rete di iniziative culturali in Europa, con l’obiettivo di contrastare l’influenza sovietica e influenzare il dibattito intellettuale occidentale.
Dopo i due decenni caratterizzati da nazismo, fascismo e seconda guerra mondiale, gran parte degli intellettuali europei era su posizioni critiche anticapitaliste. Per arginare il richiamo del comunismo e la crescita delle sinistre, la CIA, con finanziamenti occulti, promosse fondazioni, riviste, premi e istituzioni artistiche, trasformando la cultura in uno dei principali terreni di confronto tra i due blocchi. Dalle grandi manifestazioni musicali del dopoguerra – come la Conferenza internazionale della musica del ventesimo secolo a Roma nel 1954 – alle tournée della Boston Symphony Orchestra nelle capitali europee; dalle mostre sull’espressionismo astratto americano alla diffusione di un’estetica celebrata come “arte della libera impresa”, emerge così una strategia capillare, volta a ridefinire l’immaginario dell’Europa occidentale. Al centro di questo sistema vi fu il Congress for Cultural Freedom, una copertura della CIA che sostenne riviste come «Encounter», «Preuves», «Der Monat» e, in Italia, «Tempo Presente», diretta da Ignazio Silone e Nicola Chiaromonte. In questo intreccio furono coinvolti molti dei più influenti intellettuali del Novecento, da Isaiah Berlin a Hannah Arendt, da George Orwell ad Arthur Koestler, da Raymond Aron allo stesso Silone.
La «battaglia per la conquista delle menti» – come la definì Edward W. Barrett, sottosegretario di Stato per i Servizi informativi internazionali – è il cuore di questo libro, rigoroso e sorprendentemente avvincente.
La guerra fredda culturale è uno strumento indispensabile per comprendere non solo la storia del dopoguerra, ma anche le forme contemporanee del potere culturale, tra soft power, propaganda e guerra cognitiva.
Una linea sempre più sottile
“Negli ultimi anni, e in particolare con i decreti sicurezza più recenti, si è assistito a un progressivo spostamento di paradigma. Il sistema non si limita più a intervenire dopo che un reato è stato commesso. Sempre più spesso interviene prima, o comunque abbassa la soglia che separa ciò che è lecito da ciò che diventa perseguibile.
Un esempio evidente è la trasformazione del blocco stradale in reato penale. Si tratta di una pratica storicamente legata alla protesta sociale, utilizzata in contesti molto diversi — dai movimenti ambientalisti alle mobilitazioni studentesche — che oggi entra più facilmente nella sfera penale. A questo si aggiunge l’estensione della flagranza differita, che consente di denunciare una persona anche giorni dopo una manifestazione, sulla base di immagini o video, e l’introduzione di strumenti come il fermo preventivo fino a 12 ore.
Ma il cambiamento più profondo avviene forse fuori dal codice penale, in quell’area meno visibile delle misure amministrative. Il Daspo urbano, il foglio di via, l’avviso orale sono strumenti che non richiedono una condanna, ma una valutazione di “pericolosità” da parte dell’autorità di pubblica sicurezza. Possono limitare concretamente la libertà di movimento, impedire la partecipazione a manifestazioni, escludere una persona da determinati spazi urbani.
In questo quadro, il numero delle denunce racconta solo una parte del fenomeno. Le 3.243 persone denunciate nel 2025 sono la superficie di un sistema molto più ampio, che include sanzioni amministrative, multe, restrizioni e provvedimenti preventivi che spesso non vengono nemmeno contabilizzati in modo sistematico.
Le mobilitazioni degli ultimi mesi per la Palestina offrono un esempio concreto di questo meccanismo. In diverse città italiane, da Bologna a Genova, da Cagliari ad altri contesti, si sono registrati centinaia di denunciati legati a proteste, spesso per blocchi stradali o iniziative simboliche. Si tratta, nella maggior parte dei casi, di pratiche non violente: cortei, presidi, azioni dimostrative. Eppure, nel nuovo quadro normativo, queste forme di protesta vengono sempre più frequentemente tradotte in reati o colpite da sanzioni.
Non si tratta di un’anomalia, ma di un effetto coerente del sistema che si è costruito negli ultimi anni. Un sistema in cui la risposta al conflitto non passa più soltanto dal processo penale, ma si articola attraverso una molteplicità di strumenti preventivi, più rapidi e meno garantiti.
A questo punto, la questione si sposta inevitabilmente dal terreno della sicurezza a quello della democrazia. Perché se le piazze restano in larga parte pacifiche, ma cresce in modo significativo il numero delle persone colpite da denunce e provvedimenti, allora il problema non è l’aumento della violenza, ma il modo in cui il dissenso viene governato.
I dati del 2025 non raccontano un paese più pericoloso. Raccontano piuttosto un paese in cui cambia la relazione tra Stato e conflitto sociale. Un paese in cui, a fronte di una sostanziale stabilità delle manifestazioni e dei livelli di tensione, si espandono gli strumenti repressivi a disposizione delle autorità.
E in cui la linea che separa la tutela della sicurezza dalla limitazione dei diritti diventa sempre più sottile.”
Da Cosa dicono davvero i dati sulla repressione delle manifestazioni in Italia, di Osservatorio Repressione.
Hauke Ritz e la Russia nello scacchiere mondiale
Due video altamente consigliati con protagonista il saggista tedesco Hauke Ritz e il suo nuovo libro Perché l’Occidente odia la Russia (Fazi Editore): nel primo Federico Greco, a partire dall’analisi della propaganda hollywoodiana, ne presenta una recensione evidenziandone i punti salienti; nel secondo Tatiana Santi intervista l’autore.
Il re è sempre più nudo

“Nei giorni scorsi sono comparsi infiniti titoli di giornale sulle manifestazioni dei “No Kings”, esplose negli Stati Uniti per protestare contro le politiche di Trump, ma emulate anche in Europa.
“La bandiera «No Kings» – si legge sul Corriere – è un contenitore di varie cause che vanno dal combattere la presunta piega autoritaria presa dagli USA alle proteste contro l’ICE, passando per quelle contro la guerra in Iran. La giornata del 28 marzo è stata definita ‘National Day of Nonviolent Action’”: dunque si trattava di una giornata “nazionale” e di un movimento tutto interno agli Usa, anche se è stata ripresa altrove. In questo modo a Roma si è svolto un corteo tutto nostrano ma denominato all’americana, senza traduzioni, come se fosse un’espressione che ci appartiene. Dietro queste scelte lessicali c’è una precisa visione neocoloniale di che cosa significhi essere “internazionali”: adottare il globish, la lingua naturale dei popoli dominanti e delle multinazionali. Questa visione socio-politica non è l’unica soluzione possibile, naturalmente. Per comunicare e comprendersi, in un sistema equo, democratico e rispettoso del plurilinguismo sarebbe opportuno rilanciare il sano principio di una lingua neutra che metta tutti sullo stesso piano, per esempio l’esperanto (lingua artificiale e semplicissima proprio perché non è la lingua naturale di nessuno) o l’interlingua, un latino semplificato teorizzato già da Peano e riproposto (con scarso successo) almeno sino agli anni Sessanta del secolo scorso come lingua dellacomunicazione scientifica. L’alternativa a queste proposte, che sono state schiacciate perché entravano in conflitto con l’esportazione del globish dominante, è quella di considerare il plurilinguismo un valore, invece di un ostacolo alla diffusione dell’angloamericano. Per esempio gridando “No Kings” in tutte le lingue del mondo. Questa espressione che da noi è riproposta come fosse un internazionalismo o un tecnicismo intoccabile, altrove ha assunto denominazioni diverse e locali un po’ ovunque, a partire dagli stessi Paesi anglofoni. Nel Regno Unito, per esempio, si parla di “No Tyrants” (= tiranni), visto che da loro c’è il re, la stessa soluzione adottata in molti Paesi – tra cui il Canada, la Danimarca e il Belgio – proprio per evitare confusioni con le istanze degli antimonarchici che non hanno niente a che vedere con l’anti-trumpismo. Alle Hawaii, invece, si parla dei “No Dictators”, e per essere veramente internazionali bisognerebbe smetterla di guardare solo alle “news” che provengono dagli USA e sfogliare per esempio qualche giornale francese o spagnolo, dove si parla dei “No Kings” in riferimento al movimento nazionale statunitense, che viene invece tradotto quando è ripreso sul piano interno; dunque l’espressione inglese tra virgolette è quasi sempre affiancata alla traduzione (pas de roi, in Francia e No a los reyes in Spagna).
Se in questi Paesi si può scegliere come parlare, da noi, al contrario, regna l’alberto-sordità di Un americano a Roma: non sappiamo far altro che ripetere la lingua dei padroni che viene sovrapposta alla lingua del popolo con un lavaggio del cervello che finisce con il trasformare i cosiddetti “prestiti di lusso” in una “necessità”, visto che c’è solo l’inglese.
Passando dalla lingua al pensiero, colpisce soprattutto la cancellazione della storia, in una riconcettualizzazione all’americana che fa tabula rasa di decenni e decenni di dibattiti sull’imperialismo americano e le sue storiche nefandezze. Fino agli anni Novanta, i dibattiti tra americanisti e antiamericanisti erano spesso ideologizzati, ma esprimevano una visione esterna rispetto a quella degli USA, che permetteva di essere critici, e di accettare ciò che arrivava di positivo prendendo le distanze dagli aspetti negativi: dal Vietnam all’appoggio alle dittature sudamericane, dal maccartismo alle ingerenze politiche in mezzo mondo, Italia compresa.
Questo atteggiamento, sanamente critico e distante dal “siamo tutti americani” con cui si è aperto il nuovo millennio, era trasversale alle ideologie politiche. Non erano solo i comunisti italiani a tacciare gli USA di imperialismo e noecolonialismo e a puntare il dito sulla faccia triste dell’America (per citare nuovamente Jannacci). La condanna della società americana capitalista e immorale circolava negli ambienti cattolici, e passando alla Democrazia Cristiana lo stesso De Gasperi era preoccupato per le ingerenze della Casa Bianca nella nostra politica, anche se aveva dovuto allearsi con la Casa Bianca in funzione anticomunista. Anche a destra il sostegno al nostro aderire al patto atlantico conviveva con la denuncia di un’americanizzazione che stravolgeva i nostri valori storici, mentre a sinistra c’era chi denunciava le contraddizioni del condannare il capitalismo ma di accettare le merci e i valori a stelle e strisce che facevano presa sulle masse e sulla sinistra intera.
La verità è che queste “contraddizioni” sono tali solo per chi ha una visione rigida basata sul bianco o nero, sul tutto o niente, e riprendere ciò che di buono arriva dagli USA per respingere le tantissime (e spesso sottaciute) porcherie è un modo di porsi sano.
Oggi, invece, non abbiamo più alcun pensiero nostro, e chi si aggancia ai movimenti “no Kings” sembra ignorare questi storici e vivacissimi dibattiti, perché persino la critica agli USA si riduce a ripetere ciò che arriva dalla società civile americana.”
Da L’italiano, lingua dei villani, e l’inglese, lingua dei potenti e dei “No Kings”, di Antonio Zoppetti.
Diego Garcia 2026
Qualcun altro si è chiesto come Regno Unito e USA si siano procurati una base nell’Oceano Indiano? Ecco la storia dello sgombero delle isole Chagos: il tutto per rendere possibile la creazione di una base militare su Diego Garcia.
Hollywood, la propaganda nella storia del cinema
Il resoconto video dell’incontro svoltosi a Bologna lo scorso 22 marzo, con Federico Greco e Giorgio Bianchi.
Un capitolo completamente nuovo nella storia

“Oggi per opera dell’imperialismo statunitense che agisce in violazione di tutti i canoni del diritto internazionale, è in via di abolizione il concetto stesso di sovranità delle nazioni del Terzo Mondo come dimostra il bombardamento dell’Iran da parte degli Stati Uniti e di Israele con l’obiettivo esplicito di attuare un “cambio di regime”. Fino ad ora, anche quando l’obiettivo evidente era quello di provocare un avvicendamento di regime che era diventato sgradito all’imperialismo, la motivazione ufficiale indicata per l’intervento militare veniva camuffata con qualche pretesto, come il possesso di “armi di distruzione di massa” da parte del regime, il suo coinvolgimento nel traffico di stupefacenti, o altro. Il caso dell’Iran dimostra come qualsiasi foglia di fico sia stata abbandonata: il bombardamento è stato intrapreso proprio mentre erano in corso i colloqui sul programma nucleare iraniano, la questione apparentemente più controversa che stava registrando, secondo quanto riferito, persino dei progressi. Con la sua azione, quindi, gli Stati Uniti si sono arrogati, per la prima volta dalla fine dell’era coloniale, il diritto di effettuare un “cambio di regime” ovunque vogliano nel Terzo Mondo.
Il punto qui non è se la Repubblica Islamica godesse del sostegno di massa del popolo iraniano o se fosse repressiva, se consentisse la libertà di parola o se tollerasse l’opposizione: il punto è che solo il popolo iraniano ha il diritto di decidere su qualsiasi “cambio di regime” nel proprio paese e di lavorare per ottenerlo. Non è compito dell’imperialismo statunitense, che non ha alcun diritto di intervenire militarmente negli affari di un altro Paese. Questo è ciò che implicherebbe la sovranità di un Paese, e tale sovranità è il frutto delle lotte anticoloniali nei rispettivi Paesi in tutto il Terzo Mondo all’indomani della Seconda guerra mondiale. L’imperialismo, che fino ad ora aveva minato tale sovranità attraverso diverse manovre dietro le quinte, ora ricorre a un intervento militare aperto; ciò costituisce un attacco diretto alla sovranità nazionale e quindi inizia un capitolo completamente nuovo nella storia, aprendo la strada a un’effettiva inversione del processo di decolonizzazione.”
L’assalto dell’imperialismo alla sovranità del Terzo Mondo, di Prabhat Patnaik continua qui.
Una “famiglia” sempre meno allegra
Antisionismo è antisemitismo
“Sacrifici umani” – nuova edizione
Questo saggio, originariamente pubblicato nel 1993 e che torna finalmente disponibile, illumina gli aspetti più reconditi del rapporto tra la cultura statunitense e la guerra, dal genocidio dei Pellerossa fino ai bombardamenti sull’Irak allora appena accaduti, dedicando parole importanti anche al tristemente famoso episodio di My Lai in Vietnam.
L’autore
John Kleeves (pseudonimo di Stefano Anelli), ingegnere italo-americano tornato in Italia dopo una lunga permanenza professionale negli Stati Uniti d’America, è stato autore di una monumentale opera di critica della civiltà e della mentalità collettiva statunitense, tra libri ed articoli scritti per quotidiani e riviste.
E’ morto tragicamente il 18 settembre 2010 a Rimini. Qualcuno sostiene che sia stato ucciso per le sue idee.
Vicenza città militarizzata: il ruolo delle basi USA
La conferenza “Il ruolo delle basi USA a Vicenza in un mondo di guerra”, tenutasi di recente, vede il giornalista e attivista Antonio Mazzeo, promotore dell’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università, offrire un quadro dettagliato e aggiornato sulla presenza militare statunitense a Vicenza illustrando le implicazioni geopolitiche delle basi USA nel contesto di un mondo sempre più militarizzato.
La guerra normalizzata ancora prima di iniziare
“C’è un ritmo familiare nel modo in cui le guerre entrano nella coscienza pubblica.
All’inizio non accade nulla.
Poi, improvvisamente, tutto sembra urgente.
I titoli dei giornali si susseguono sempre più rapidamente. Il linguaggio si fa più incisivo. Le scadenze si accorciano. Le responsabilità diventano evidenti. Le alternative scompaiono silenziosamente. E quando qualcuno si chiede se l’escalation sia necessaria, la domanda sembra già ingenua.
Questo articolo, e il video che lo accompagna, sono nati da una domanda semplice ma scomoda:
E se il consenso alla guerra non fosse costruito con le menzogne, ma con la struttura?
Non con la propaganda nel senso più crudo del termine. Non con le fake news.
Ma con la ripetizione, l’inquadramento, il tempismo e l’omissione, utilizzati in modo sistematico.”
Il caso di studio dell’Iran nell’ottimo articolo di Thomas Karat.
La guerra non è solo geopolitica
Chi trae il massimo profitto dalla guerra? La risposta istintiva sarebbe i produttori di armi, che in effetti accumulano enormi guadagni grazie a contratti governativi e a un aumento delle vendite di armamenti.
Ma questa visione trascura un beneficiario meno apparente: i finanzieri e i banchieri che sostengono l’intera impresa.
La guerra richiede somme di capitale immense, ben oltre ciò che qualsiasi governo può raccogliere tramite tasse, riserve o interessi su beni congelati, come nel caso di quelli russi. Le nazioni ricorrono al debito, emettendo obbligazioni e ottenendo prestiti che gonfiano il debito pubblico.
È qui che entrano in scena i prestatori di denaro — banche, fondi di investimento e operatori obbligazionari — come veri abilitatori della guerra. Acquistano questi titoli, incassando pagamenti di interessi regolari per anni o decenni, indipendentemente da chi vince o perde. Più a lungo dura il conflitto, più il debito si approfondisce e più loro si arricchiscono.
L’Unione Europea è sempre più dipendente dal credito esterno e dai prestiti: Bruxelles e altre capitali cercano somme enormi per sostenere la spesa militare e l’aiuto all’Ucraina. Il debito dell’UE è diventato insostenibile, superando l’82% del PIL (dati Eurostat al terzo trimestre 2025, con proiezioni che indicano un ulteriore aumento nel 2026). E quando i leader europei parlano di emettere Eurobond (o strumenti di debito comune, come nel recente pacchetto da 90 miliardi di euro per l’Ucraina approvato nel febbraio 2026), non dimenticate chi sono i veri beneficiari: proprio quei grandi istituti finanziari che sottoscrivono, gestiscono e incassano interessi su questi titoli. Ricordate come i Rothschild e altre dinastie bancarie si siano arricchite nel corso dei secoli, mantenendo i politici saldamente sotto il loro controllo. La guerra non è solo geopolitica: è un motore economico progettato per arricchire pochi “eletti”, mentre i cittadini pagano il prezzo in vite, tasse e austerita’.
Laura Ruggeri
Succedeva esattamente 19 anni fa
Alessandro Barbero: “Il Covid era una prova”
“Guerra e pandemia, stessa strategia” cantavano i più accorti durante le manifestazioni già a inizio 2022…
Democrazia in tempo di guerra
Donald Trump e il mondo di oggi
Palestina anno zero
“Dott.ssa Lano, prima di addentrarci nel Suo ultimo libro, ci vuole brevemente descrivere i fatti di cui è stata al centro proprio in questi giorni nella cronaca nazionale e i motivi dell’accusa di “concorso e partecipazione in associazione con finalità terroristica”?
L’accusa è questa, è pesante, e arriva direttamente da ambienti militari e di intelligence di Israele, attraverso 2000 pagine di “documenti” consegnati a Genova, che coinvolgono nove attivisti umanitari, che si trovano ora in varie carceri di massima sicurezza, e una ventina di indagati a piede libero, tra cui me. Si tratta di accuse confezionate a tavolino da servizi e think tank israeliani facendo uso di menzogne, costruzioni false, razzismo antiarabo, islamofobia, hasbara.
Sono una studiosa, sono una ricercatrice storica e un’antropologa – ho una laurea, un dottorato e due post-dottorati, ho scritto migliaia di articoli e dodici libri – e ho girato mezzo mondo, per i miei studi, il mio lavoro e le mie ricerche. Ma ora mi trovo indagata per terrorismo: un paradosso, se pensiamo che ho svolto una ricerca di dottorato proprio sul radicalismo islamico (nei prossimi mesi uscirà il mio libro Congiura contro la Libia: l’alleanza tra neocolonialismo occidentale e islamismo politico nel golpe contro Gheddafi) e che mi occupo da quarant’anni di Islam, di mondo arabo, di decostruzione dell’islamofobia, ecc. Mi si accusa di essere la portavoce di Hamas in Italia, attraverso InfoPal e attraverso l’associazione di Mohammad Hannoun.
Ma scherziamo? Primo, svolgo un lavoro giornalistico e di comunicazione sulla Palestina, sul colonialismo di insediamento sionista, sul genocidio a Gaza e la pulizia etnica in Cisgiordania, e non su o per Hamas. Secondo, Hannoun, l’API e la Abspp sono note associazioni umanitarie, su cui sono già state svolte tante indagini, nel passato lontano e recente, tutte archiviate. E qui vengo al punto: Israele, ma anche il governo italiano accodato ai diktat israeliani e statunitensi, non tollerano il lavoro giornalistico indipendente sulla Palestina e le attività umanitarie per alleviare le enormi e disumane sofferenze dei Gazawi. Sono questi il motivo, la logica e il piano dietro alle accuse.
Dietro lo spauracchio del terrorismo, si nascondono finalità repressive, antidemocratiche e antiumanitarie, vere e proprie caccia alle streghe di inquisitoria memoria, allineamento alle politiche gangsteristiche di Trump… Tutto questo è inserito nell’ambito delle politiche imperialistico-piratesche del capo della Casa Bianca contro Venezuela, Iran e diversi altri Paesi, e del genocidio israeliano nella Striscia di Gaza.
Inoltre, c’è un conflitto di interessi incredibile, in queste: vengono costruite e lanciate da un’entità che, appunto, si sta macchiando di genocidio, di apartheid, di vari crimini di guerra, denunciati dal mondo intero e dalla Corte Penale Internazionale. I dirigenti di Israele sono ricercati come criminali.
Mi domando, come cittadina, ma anche come giornalista: come si fa a recepire le dichiarazioni di uno stato canaglia e lanciare una persecuzione di queste proporzioni? Si badi bene che, se si considera “normale” tutto ciò, significa lasciar aprire un portale di totalitarismo che raggiungerà tutti. Tutti saranno vittime.”
L’Intervista ad Angela Lano, giornalista professionista e direttrice dell’agenzia di stampa infopal.it, a cura di Federico Dal Cortivo, prosegue qui.
Per Jacques Baud e la libertà di espressione in Europa
La Petizione al Consiglio Affari Esteri dell’Unione Europea, con richiesta di rimozione dalle liste di Jacques Baud e di altri sanzionati per condotta lecita, può essere firmata qui.
Jacques Baud nel mirino della UE
InfoPal e la hasbara israeliana
Da Angela Lano, direttrice di infopal.it e indagata dalla Procura di Genova
“Chiariamo, dunque, alcune cose: 1) non sono, non siamo, la propaganda o il megafono di Hamas, ma del popolo palestinese oppresso e schiacchiato, e informiamo sugli effetti, ben visibili a tutti, ma occultati da Israele e dai media ad esso connessi, che il colonialismo di insediamento ha prodotto in oltre 100 anni nella Palestina storica, e negli ultimi tre nella Striscia di Gaza e in Cisgiordania – stiamo parlando di qualcosa come 300-400 mila morti e dispersi da ottobre 2023, oltre a un numero spaventoso di feriti e mutilati, tra cui decine di migliaia di bambini e donne.
Stiamo svolgendo un ottimo e seguito lavoro di controinformazione, contrastando, per come possiamo, la milionaria hasbara israeliana e i suoi valvassini in Italia: per questa ragione, Israele ci ha inseriti nella sua mappa del “terrorismo” – di nuovo, una proiezione freudiana del crimine di cui si macchia e che è condannato dal mondo intero.
2) L’agenzia InfoPal è edita dall’omonima associazione, che provvede a sostenerla materialmente: non sono soldi di Hamas o da Hamas o per Hamas, ma dei musulmai italiani, che, come tradizione islamica, si tassano periodicamente per la zakat e altre forme di offerte. A me spetta il compito di gestire il lavoro di informazione, come qualsiasi altro giornalista di testate piccole o grandi, mainstream o indipendenti.
Inoltre, come giornalista, storica e antropologa del Nord Africa e del Medio Oriente, ho viaggiato, studiato, ricercato, incontrato, intervistato chi mi pareva più interessate e utile, raccogliendo materiale, fotografie, registrazioni, badge, cartoline, spillette, collane, bracciali, simboli, gadget vari, di popoli, organizzazioni e fazioni politiche, culture, religioni e tradizioni, o ricordi associati a interviste e incontri professionali. E’ un mio diritto, fa parte della mia libertà di ricerca e lavoro, e non deve essere oggetto di speculazioni o accuse, o di attacco della macchina del fango.
3) La “bandiera di Hamas”, annoverata tra le accuse a mio carico, e rinvenuta in vecchi e polverosi scatoloni accatastati in uno sgabuzzino, insieme a badge delle tante conferenze internazionali, cartoline e altro, provano solo che la considero un oggetto da raccolta di viaggi di lavoro. Chi ha perquisito a fondo la mia ampia e affollata casa, avrà visto oggetti – lampadari, maschere, collezioni da mezzo mondo – libri e infinità di cose. Oppure si pensa seriamente che se fossi associata a quell’organizzazione avrei tenuto quei “cimeli”? Ripeto, come giornalista-antropologa mi do il diritto di raccogliere tracce e passaggi del mio lavoro, insieme a migliaia di foto e articoli. Scatoloni di copie cartecee di articoli, taccuini, agende, biglietti aerei…, come un giornalista alla vecchia maniera, non come quelli odierni da copia-incolla senza vergogna…
Ripeto, sono una giornalista professionista, ma anche una ricercatrice, una storica e un’antropologa, con titoli accademici e pubblicazioni da far invidia alla media del giornalismo italico.
Sono anche un’intellettuale politicamente e socialmente impegnata, non organica al Sistema (per i colleghi poco colti è un riferimento a Gramsci), cosa di cui vado assolutamente fiera. Pertanto, lo squallido sbertucciamento di articoli, uno clone dell’altro, in stile gossip, contro di me, rappresenta una palese manifestazione di un giornalismo degno della scadente posizione in cui si trova nelle classifiche internazionali: la più recente, sulla libertà di stampa nel 2025, lo colloca al 49° posto globale, secondo Reporters Without Borders (RSF), la peggiore dell’Europa occidentale, indicando una salute precaria dell’informazione nel nostro Paese… Un Paese, inoltre, che sta precipitando rapidamente in forme totalitarie di tragica memoria, insieme alla sempre più devastante situazione economica, e che ha bisogno più che mai di politici, di uomini e di donne, etici e dediti al bene della Nazione e dell’Umanità.”
(Fonte)
L’Uomo della Pace, riepilogo 2025
Dalla prevenzione alla guerra
Questo video – realizzato dal NATO Allied Command Transformation, uno dei due comandi strategici dell’Alleanza – è un documento su cui si potrbbero spendere pagine e pagine di riflessioni e analisi, ma nella sua disarmante chiarezza è la limpida espressione dell’aria che tira e della direzione a cui puntano sempre più Paesi del cosiddetto Uccidente euroatlantico.
Conosci il tuo nemico!
Jacques Baud nel mirino della UE
Jacques Baud, ex colonnello dell’intelligence svizzera, è stato sanzionato dall’Unione Europea in quanto «responsabile dell’attuazione o del sostegno di azioni o politiche attribuibili al governo della Federazione Russa che compromettono o minacciano la stabilità o la sicurezza di un Paese terzo (Ucraina) attraverso la manipolazione delle informazioni e l’interferenza».
Il commento al riguardo di Giacomo Gabellini che spesso ha ospitato Baud nel suo canale di analisi geopolitica.






















