Vai al contenuto

Carla Capponi

Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.
Carla Capponi

Deputato della Repubblica Italiana
LegislaturaII, VI
Gruppo
parlamentare
Partito Comunista Italiano
CircoscrizioneLazio
CollegioRoma
Incarichi parlamentari
Commissione Difesa (II Legisl.); Commissione Giustizia (VI Legisl.)
Sito istituzionale

Dati generali
Partito politicoPartito Comunista Italiano
Professionefunzionaria di partito
Carla Capponi
SoprannomeElena
NascitaRoma, 7 dicembre 1918
MorteZagarolo, 24 novembre 2000
Dati militari
Paese servitoItalia (bandiera) Italia
UnitàGruppi di Azione Patriottica
RepartoGAP centrale Carlo Pisacane
Anni di serviziosettembre 1943 - giugno 1944
GradoCapitano
GuerreResistenza italiana
CampagneResistenza romana
DecorazioniMedaglia d'oro al valor militare
voci di militari presenti su Wikipedia

Carla Capponi (Roma, 7 dicembre 1918 – Zagarolo, 24 novembre 2000) è stata una partigiana e politica italiana, medaglia d'oro al valor militare.

Carla Capponi nacque a Roma da famiglia piccolo-borghese e antifascista, di origine marchigiana. Frequentò le scuole superiori al liceo classico Ennio Quirino Visconti, nella stessa classe del regista Carlo Lizzani e del futuro assessore comunale comunista Piero Della Seta[1]. Alla morte del padre (1940) fu costretta ad abbandonare gli studi di giurisprudenza e a impiegarsi, per contribuire al bilancio familiare.

Il 19 luglio 1943, subito dopo il bombardamento di San Lorenzo, Carla accorse al Policlinico in cerca della madre e vi rimase come volontaria[2]; successivamente consentì che nel suo appartamento di fronte al Foro di Traiano si riunissero clandestinamente attivisti comunisti, tra i quali Gioacchino Gesmundo, Luciano Lusana, Adele Bei, Carla Angelini e Mario Leporatti[3]. In una di queste riunioni le fu presentato Rosario Bentivegna, studente di medicina di tre anni più giovane[4], mentre in via Margutta, nello studio dello scultore Nino Franchina, conobbe l'attivista Filiberto Sbardella[5] (uno dei comandanti di Bandiera Rossa).

L'inizio dell'attività partigiana

[modifica | modifica wikitesto]

La mattina del 9 settembre 1943, Carla Capponi seguì un gruppo di civili armati sommariamente e accorse volontaria sulla linea del fuoco della battaglia per la difesa di Roma dalle truppe tedesche, nei pressi della basilica di San Paolo. Si unì a un gruppo di donne che, alla Garbatella, distribuivano cibo ai militari italiani e si offrì di combattere, ma non riuscì a ottenere le armi, che scarseggiavano. Si prodigò per l'intera notte ad assistere i feriti[6]. Il giorno dopo, con l'avanzare del nemico, fuggì in direzione della passeggiata archeologica. A Porta Capena assistette alla distruzione di un carro armato italiano in ritirata. Attraversò temeraria la strada e salvò la vita al carrista italiano, trascinandolo fuori per le ascelle e caricandoselo per alcuni tratti sulle spalle, sino alla propria abitazione[7]. In casa, sua madre aveva già accolto altri due militari sbandati.

Carla Capponi all'epoca della Resistenza

Dopo l'occupazione tedesca, Carla Capponi entrò nel Partito Comunista Italiano e partecipò alla Resistenza nel GAP centrale "Carlo Pisacane", comandato da Rosario Bentivegna. In ottobre, poiché i compagni dei GAP le negavano l'armamento, riservando alle donne solo funzioni di appoggio, rubò la pistola a un militare fascista in un autobus sovraffollato[8].

Ebbe il battesimo del fuoco la sera del 17 dicembre 1943, in un'azione in Via XXII Marzo (oggi via Leonida Bissolati) con Bentivegna, Mario Fiorentini e Lucia Ottobrini nella quale venne ucciso un ufficiale tedesco[9]. Il giorno dopo, la medesima formazione depositò una bomba all'uscita del cinema Barberini, frequentato da soldati tedeschi. L'azione provocò la morte di otto militari, oltre a un numero imprecisato di feriti. Capponi e Ottobrini furono fermate dalle SS, ma furono subito rilasciate e trovarono rifugio in mezzo agli sfollati del Traforo Umberto I[10][11].

Il 26 dicembre, dal lungotevere sovrastante via della Lungara, Mario Fiorentini, in bicicletta, lanciò un ordigno esplosivo contro l'ingresso del carcere di Regina Coeli, mentre 28 militari tedeschi erano impegnati nel cambio della guardia. Carla Capponi partecipò, a copertura dell'azione, insieme con Rosario Bentivegna, Franco di Lernia e Lucia Ottobrini. Rimasero uccisi altri sette o otto tedeschi, oltre a un numero imprecisato di feriti[12].

Dopo lo sbarco di Anzio (22 gennaio 1944), la Capponi fu destinata, insieme con tutta la sua formazione, nell'VIII zona (Prenestino, Torpignattara, Quadraro, Centocelle, Quarticciolo), entrando così nella piena clandestinità. Dormì nelle baracche della Borgata Gordiani. Tornò ad agire nel centro di Roma ai primi di marzo.

Il giorno 3, nel trambusto che seguì l'assassinio di Teresa Gullace, Carla Capponi estrasse d'impulso la pistola e la puntò contro l'uccisore, ma fu subito circondata dalle donne presenti e arrestata dai tedeschi. Nella confusione, un'altra gappista, Marisa Musu, ebbe la prontezza di spirito di sottrarle l'arma e di infilarle in tasca la tessera di un'associazione fascista. Portata in caserma, Carla riuscì a convincere l'ufficiale collaborazionista che la interrogava della sua estraneità all'azione e riacquistò la libertà[13]. Il giorno 9 Capponi fece saltare un'autocisterna tedesca vicino al Colosseo[14].

L'attentato di via Rasella ed eventi seguenti

[modifica | modifica wikitesto]

Il 23 marzo 1944, i GAP centrali al comando di Carlo Salinari (Spartaco) e Franco Calamandrei (Cola) compirono il loro più importante attentato di via Rasella, durante il transito di una compagnia in assetto di guerra del III Battaglione del Polizeiregiment "Bozen" composta da 156 uomini[15]. L'azione ebbe inizio con lo scoppio di una bomba al tritolo trasportata in un carretto della nettezza urbana e fatta brillare da Rosario Bentivegna. Carla Capponi era nei pressi con in braccio l'impermeabile che avrebbe consegnato al compagno per cambiarsi di abito, prima di allontanarsi. Parteciparono altri 10 gappisti[16], che effettuarono un fuoco di copertura con bombe da mortaio Brixia[17]. L'attentato e il successivo fuoco di risposta dei tedeschi provocarono la morte immediata di 32 militari tedeschi e il ferimento di altri 110 circa (un'altra vittima sarebbe morta in ospedale il giorno dopo e altri nei giorni successivi). I gappisti non subirono perdite, mentre furono uccisi casualmente almeno un ragazzo e un civile.

Per rappresaglia contro la morte dei 33 militari del "Bozen", i tedeschi trucidarono 335 prigionieri o rastrellati italiani (10 per ogni tedesco, più 5), quasi tutti civili, nell'eccidio delle Fosse Ardeatine; tra i trucidati, anche i gappisti Gioacchino Gesmundo, Valerio Fiorentini e Umberto Scattoni, arrestati nei mesi precedenti. La notizia fu data a rappresaglia eseguita. Antonello Trombadori, ancora prigioniero nel carcere di via Tasso, si salvò dal rastrellamento perché temporaneamente ricoverato nell'infermeria del carcere. Numerose sentenze del dopoguerra qualificarono l'attacco come legittimo atto di guerra.

Carla Capponi (al centro, accovacciata) fra i gappisti romani nel 1944

Alla fine dell'aprile 1944 il tradimento di Guglielmo Blasi portò alla cattura di un gran numero di partigiani nelle carceri tedesche di via Tasso. Capponi e Bentivegna si unirono alle formazioni partigiane della campagna romana, a sud di Roma, e agirono nella zona Casilina-Prenestina, immediatamente dietro il fronte tedesco di Cassino. Carla fu vicecomandante dell'unità partigiana, operante tra Valmontone, Zagarolo e Palestrina, con il grado di capitano.

Dopo la liberazione di Roma da parte degli Alleati (giugno 1944), abbandonò la clandestinità. Il 22 settembre 1944, Carla Capponi sposò Rosario Bentivegna, in procinto di essere destinato a combattere in Jugoslavia. Nel 1945 nacque la figlia Elena. Fu decorata con la medaglia d'oro al valor militare per la sua lotta contro il fascismo e il nazismo.

Nel 1953 fu eletta deputato nelle liste del PCI; si ripresentò nel 1972 nel collegio di Roma, conseguendo il più alto numero delle preferenze di lista dopo Enrico Berlinguer. Nel 1974 divorziò da Bentivegna, con cui rimase comunque in buoni rapporti[18].

Pochi mesi prima della morte pubblicò il libro di memorie Con cuore di donna. Fece parte del Comitato di presidenza dell'ANPI sino alla morte, avvenuta nel 2000. Fu cremata e le sue ceneri furono inizialmente tumulate al cimitero del Verano. Capponi e l'ex marito Rosario Bentivegna, morto nel 2012, avevano espresso il desiderio di essere sepolti insieme, in ottanta centimetri di terra, nel cimitero acattolico di Roma, indicando come alternativa, qualora ciò non fosse stato possibile, la dispersione delle ceneri nel Tevere. Nel 2014 la figlia Elena non ottenne dal Cimitero acattolico l'autorizzazione all'inumazione per mancanza dei requisiti previsti. Fu quindi prospettata la conservazione delle ceneri presso il Museo storico della Liberazione di via Tasso[19], soluzione che tuttavia non ebbe seguito. Nonostante gli interventi del Comune di Roma e della Regione Lazio, le ceneri furono infine disperse nel fiume. L'ANPI provinciale di Roma definì la conclusione della vicenda «una macchia nera della democrazia», ritenendola espressione della volontà di dimenticare i due partigiani[20][21]. Il divieto di inumazione è stato ricondotto al perdurare delle polemiche pubbliche su via Rasella, di cui Capponi e Bentivegna erano stati protagonisti[22]. Elena morì a sua volta l'anno seguente, all'età di 69 anni[23].

Medaglia d'oro al valor militare - nastrino per uniforme ordinaria
«Partigiana volontaria ascriveva a sé l'onore delle più eroiche imprese nella caccia senza quartiere che il suo gruppo d'avanguardia dava al nemico annidato nella cerchia dell'abitato della città di Roma. Con le armi in pugno, prima fra le prime, partecipava a decine di azioni distinguendosi in modo superbo per la fredda decisione contro l'avversario e per spirito di sacrificio verso i compagni in pericolo. Nominata vice comandante di una formazione partigiana guidava audacemente i compagni nella lotta cruenta, sgominando ovunque il nemico e destando attonito stupore nel popolo ammirato da tanto ardimento. Ammalatasi di grave morbo contratto nella dura vita partigiana, non volle desistere nella sua azione fino a fondo impegnata per il riscatto delle concusse libertà. Mirabile esempio di civili e militari virtù del tutto degna delle tradizioni di eroismo femminile del Risorgimento italiano. Roma, 8 settembre 1943 - 6 giugno 1944.»
— [24]
  • Carla Capponi, Con cuore di donna. Il Ventennio, la Resistenza a Roma, via Rasella: i ricordi di una protagonista, Milano, Il Saggiatore, 2009 [2000], ISBN 88-565-0124-4.
  1. ↑ Portelli 2012, p. 78.
  2. ↑ Portelli 2012, p. 114.
  3. ↑ Katz 2009, p. 60.
  4. ↑ Rosario Bentivegna, Achtung Banditen!, Mursia, Milano, 1983, pp. 57-58.
  5. ↑ Capponi 2009.
  6. ↑ Portelli 2012, pp. 120-123. La sua testimonianza del bombardamento in: Cesare De Simone, Venti angeli sopra Roma, Milano, 1993, pp. 191-193.
  7. ↑ Capponi 2009, p. 100.
  8. ↑ Carla Capponi, in Donne e Uomini della Resistenza, ANPI (archiviato il 29 aprile 2023).
  9. ↑ 17 dicembre 1943: Attentato a un ufficiale nazista in via XXIII marzo, su APPasseggio, 10 marzo 2025. URL consultato l'8 maggio 2026 (archiviato il 10 febbraio 2026).
  10. ↑ Capponi 2009, p. 140 e ss.
  11. ↑ Portelli 2012, p. 156.
  12. ↑ Maurizio Chiararia, Storie di storia, in Stampa Critica, n. 22/2011.
  13. ↑ Katz 2009, pp. 219-222.
  14. ↑ Portelli 2012, p. 181.
  15. ↑ Le modalità dell'attacco di Via Rasella, su controappuntoblog.org.
  16. ↑ Franco Calamandrei all'angolo di via del Boccaccio, Carlo Salinari nei pressi del Traforo, poco distante Silvio Serra; in via Rasella: Raul Falcioni, Fernando Vitagliano, Pasquale Balsamo, Francesco Curreli, Guglielmo Blasi, Mario Fiorentini e Marisa Musu.
  17. ↑ Parla Mario Fiorentini, su ilmessaggero.it. URL consultato il 21 aprile 2012 (archiviato dall'url originale il 6 novembre 2012).
  18. ↑ Dino Messina, Addio a Bentivegna, il partigiano di via Rasella, su Corriere della Sera, 3 aprile 2012, p. 24. URL consultato il 7 maggio 2026 (archiviato dall'url originale il 21 novembre 2015).
  19. ↑ Dino Messina, Un museo salva dal Tevere i resti dei gappisti di via Rasella, in Corriere della Sera, 3 giugno 2014. URL consultato il 22 agosto 2026.
  20. ↑ Addio a Capponi e Bentivegna. Da via Rasella alle ceneri nel Tevere, in Corriere della Sera, 22 settembre 2014. URL consultato il 22 agosto 2026.
  21. ↑ Le ceneri dei partigiani Capponi e Bentivegna disperse oggi nel Tevere, su anpiroma.org, 22 settembre 2014. URL consultato l'8 maggio 2026 (archiviato il 25 gennaio 2026).
  22. ↑ Flores, Franzinelli 2019, cap. XIV.
  23. ↑ Anpi, è morta Elena Bentivegna: era la figlia dei gappisti di via Rasella, in la Repubblica, 4 gennaio 2015. URL consultato il 22 agosto 2026.
  24. ↑ CAPPONI Carla, Medaglia d'oro al valor militare, su Presidenza della Repubblica. URL consultato il 14 agosto 2026.
  • Marina Addis Saba, Partigiane. Tutte le donne della Resistenza, Mursia, Varese, 1998.
  • Mirella Alloisio, Carla Capponi, Benedetta Galassi Beria, Milla Pastorino (a cura di), Mille volte no! Testimonianze di donne della Resistenza, Roma, Edizioni Unione Donne Italiane, 1965.
  • Daniele Biacchessi, Orazione civile per la Resistenza, Bologna, Promomusic, 2012.
  • Cesare De Simone, Roma città prigioniera, Mursia, Milano, 1996.
  • Marcello Flores e Mimmo Franzinelli, Storia della Resistenza, Bari-Roma, Laterza, 2019, ISBN 978-88-581-3363-7.
  • Robert Katz, Roma città aperta. Settembre 1943 - Giugno 1944, Milano, Il Saggiatore, 2009 [2003], ISBN 88-565-0047-7.
  • Simona Lunadei e Lucia Motti (a cura di), Donne e Resistenza nella Provincia di Roma.
  • Alessandro Portelli, L'ordine è già stato eseguito. Roma, le Fosse Ardeatine, la memoria, Milano, Feltrinelli, 2012 [1999], ISBN 978-88-07-72342-1.
  • Adris Tagliabracci, Le 4 ragazze dei GAP: Carla Capponi, Marisa Musu, Lucia Ottobrini, Maria Teresa Regard, in: Il Contemporaneo, ottobre 1964.

Voci correlate

[modifica | modifica wikitesto]

Altri progetti

[modifica | modifica wikitesto]

Collegamenti esterni

[modifica | modifica wikitesto]
Controllo di autoritàVIAF (EN) 24817680 · ISNI (EN) 0000 0000 6158 3191 · SBN IEIV005363 · LCCN (EN) no2001004989 · GND (DE) 122363124 · BNF (FR) cb14422097h (data) · J9U (EN, HE) 987013526253505171